Le organizzazioni non sono solo strutture fatte di regole, processi e obiettivi, ma sono soprattutto composte da persone, con il loro bagaglio emotivo e psicologico. Le emozioni giocano un ruolo chiave nelle dinamiche lavorative, influenzando il clima aziendale, le relazioni e la produttività. Il concetto di “tasti dolenti”, sviluppato dal CPP, offre uno strumento utile per comprendere come le esperienze personali, soprattutto quelle più antiche e radicate, possano emergere nel contesto professionale, condizionando reazioni e comportamenti.
Quando lavoro ed emozioni si incontrano: i tasti dolenti
I tasti dolenti sono condensati emotivi che affondano le radici nell’infanzia e che si riattivano in situazioni specifiche, spesso senza che ce ne rendiamo conto. Sono legati a momenti di sofferenza, disagio o insicurezza vissuti nelle relazioni con le figure di riferimento. Un giudizio severo, un’aspettativa eccessiva, una mancanza di riconoscimento: questi episodi possono lasciare tracce profonde nella nostra memoria emotiva.
Determinati eventi possono “premere” questi tasti dolenti anche quando si parla di lavoro, generando emozioni e reazioni intense e sproporzionate rispetto alla situazione reale. Un’osservazione di un collega può far riemergere la sensazione di non essere abbastanza; un commento del capo può risvegliare il timore del fallimento. Queste reazioni emotive non sono solo individuali ma si intrecciano con le dinamiche dell’organizzazione, influenzandone l’efficacia e il benessere complessivo.
Le emozioni nel lavoro delle organizzazioni
Siamo abituati a pensare alle organizzazioni come sistemi razionali, basati su regole e logiche operative. Tuttavia, esse sono profondamente segnate dalla componente emotiva delle persone che vi lavorano. Il modo in cui gestiamo le nostre emozioni, sul posto di lavoro, e quelle degli altri incide sulla qualità della collaborazione, sulla capacità di affrontare le difficoltà e sul raggiungimento degli obiettivi comuni.
Quando un tasto dolente viene attivato, può scatenare reazioni difensive, conflitti e incomprensioni. Il disagio emotivo può tradursi in atteggiamenti di chiusura, rigidità o aggressività, compromettendo il lavoro di squadra e la capacità di affrontare le sfide in modo costruttivo. In alcuni casi, le persone finiscono per adottare strategie di protezione che, invece di risolvere il problema, aumentano la distanza tra colleghi e ostacolano il funzionamento dell’organizzazione.

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Emozioni e lavoro, cosa fare?
Diventare consapevoli dei propri tasti dolenti è il primo passo per imparare a gestirli in modo più efficace. Questo significa riconoscere quando un’emozione intensa è legata a un’esperienza passata piuttosto che alla situazione presente e sviluppare strategie per rispondere in modo più equilibrato.
Strumenti come la formazione, il counseling organizzativo e il lavoro di gruppo possono aiutare le persone a esplorare le proprie emzioni e a migliorare la qualità delle relazioni professionali. La capacità di gestire i tasti dolenti non è solo un percorso individuale, ma anche un elemento chiave per il benessere collettivo e per la costruzione di ambienti di lavoro più sani e collaborativi.
Non solo individui, ma organizzazioni
Non solo gli individui, ma anche le organizzazioni possono avere i propri tasti dolenti, possono collegare lavoro ed emozioni. Modelli di collaborazione disfunzionali, dinamiche consolidate nel tempo e crisi aziendali possono lasciare tracce profonde nella cultura organizzativa. Alcuni schemi si ripetono inconsapevolmente, dando vita a risposte automatiche che ostacolano il cambiamento e l’innovazione.
Comprendere queste dinamiche aiuta a riconoscere le fragilità dell’organizzazione e a sviluppare strumenti per gestirle in modo più efficace. Investire nella consapevolezza emotiva e nella qualità delle relazioni permette di creare ambienti di lavoro più solidi, in cui le persone possano esprimere il proprio potenziale senza essere condizionate da automatismi emotivi del passato.
Testo ispirato dall’articolo “Emozionarsi al lavoro non sempre aiuta” di Fabrizio Lertora pubblicato sulla rivista “Conflitti”