Chi sono gli Hikikomori o ritirati sociali? Il figlio di un collega giornalista da mesi si è chiuso in stanza e non ne vuole più sapere di andare a scuola. Accade anche alla figlia della maestra: stessa storia. Ad un certo punto ha smesso di andare tra i compagni e il suo mondo si è trasformato nella sua stanza. Di fronte a loro hanno trovato genitori disperati, titubanti, senza sapere che fare. A sua volta la Scuola tentenna, prova a comprendere, cerca risposte nel mondo dell’associazionismo arrivato ancora una volta prima delle istituzioni.
Gli Hikikomori
Li chiamano “Hikikomori” o ritirati sociali. La prima indagine condotta nel 2021 è stata pubblicata a febbraio dal Gruppo Abele, in collaborazione con l’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa. Le risposte autoriferite al questionario ESPAD®Italia 20211 indicano che quasi un quinto (il 18,7%) degli studenti si è isolato nel corso della propria vita per un tempo significativamente lungo e che il 2,1%, pari a 54.000 ragazzi, si auto attribuisce la definizione di Hikikomori.
Escludendo i periodi di lockdown o di altre malattie non-Covid, ed escludendo coloro che affermano di non essere andati a scuola e di non essere usciti di casa per meno di un mese, rimane una considerevole percentuale di studenti (8,2%) che dichiara di essersi ritirato per un tempo da 1 a oltre 6 mesi. In questa ampia area di studenti si collocano sia i ritirati sociali, sia coloro che sono a rischio o a grave rischio di diventarlo.
Cosa fanno gli Hikikomori
Nel racconto di chi riferisce di aver attuato il comportamento di isolamento volontario per un periodo di 6 mesi o più escludendo i periodi di lockdown, non si rilevano distinzioni relative alla fascia di età. In questo caso infatti la percentuale risulta pari all’1,8% sia tra i 15-17enni sia tra i 18-19enni. Ma cosa fanno questi studenti, che alcuni chiamano Hikikomori, chiusi nelle loro stanze? Le ragazze occupano più il tempo col sonno (+20,6 punti percentuali rispetto ai ragazzi), con l’ascolto della musica (+13,1 punti percentuali rispetto ai ragazzi), consumando più cibo (+11,2 punti percentuali rispetto ai ragazzi), guardando la televisione (+10,4 punti percentuali rispetto ai ragazzi), o leggendo (+8,1 punti percentuali rispetto ai ragazzi). Al contrario i ragazzi sembrano dedicarsi soprattutto al gaming online (59,8% rispetto al 18,5% delle ragazze).

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La reazione degli adulti
Ciò che più preoccupa è la reazione dei genitori di fronte a un comportamento da Hikikomori. I vissuti che emergono dalle dichiarazioni dei ragazzi quando descrivono le reazioni genitoriali al ritiro sociale avvenuto per un periodo significativo, evidenziano tre tipi di comportamenti: trascuratezza (19,2%), per cui quasi un quinto dei genitori sembrano, agli occhi dei figli, non essersi accorti dell’isolamento; incomprensione (26%), per cui, stando alla percezione dei figli, più di un quarto dei genitori paiono accettare il dato di fatto senza porsi domande; preoccupazione (14,8%), per cui meno di un settimo dei genitori si manifestano preoccupati, ricorrendo al medico e/o mettendosi in contatto con la scuola.
Alcuni reagiscono punendo i figli per il loro comportamento, risposta fornita dal 6,1% dei ragazzi che hanno riferito di essersi ritirati per un periodo significativo di tempo. Sempre agli occhi dei ragazzi, emerge che quasi un terzo degli insegnanti sembra non avvertire il problema: non se ne preoccupa (27%); quasi un altro quarto dei docenti pensa che l’assenza sia dovuta a malattia (23,1%); poco più di un quinto degli insegnanti si mostra invece preoccupato (21%), contattando i genitori o gli studenti, direttamente o tramite comunicazione istituzionale.
Gli insegnanti
La preoccupazione degli insegnanti diventa maggiore se l’assenza si prolunga oltre i tre mesi. Resta comunque la scuola ad essere l’unica ancora di salvataggio. Il 78,9% dei dirigenti scolastici rispondenti afferma che esiste, nella propria scuola, un piano/patto formativo di contrasto alla dispersione scolastica, ma solo un quinto (19,6%) afferma di disporre anche di un piano/patto formativo per il recupero dei soggetti provvisti di certificazione di ritiro sociale, mentre il 36,5% ha previsto comunque specifiche attività per il recupero degli studenti con certificazione di ritiro sociale, tra cui attività didattiche a scuola ma in orario extrascolastico (17,2%), sostegno didattico alle famiglie (15,4%) e attività didattiche svolte a domicilio (13,4%). Una prassi che parrebbe di minoranza.
Tra i dirigenti scolastici che hanno fornito informazioni sul fenomeno, l’82% riferisce la presenza di almeno un alunno “disperso” all’interno del proprio istituto scolastico, e il 28,7% di almeno uno studente con certificazione di ritiro sociale. Il dato riferito dai dirigenti rivela quindi lo 0,2% di certificazioni riferite a un campione di comodo di circa 30.000 studenti, con una distribuzione territoriale dello 0,1% al Nord, 0,4% al Centro Italia e 0,2% nella macroarea Sud e Isole. Lo studio che vi abbiamo riportato ha, tuttavia, un limite: l’impianto della ricerca non include da un lato la manifestazione più precoce della problematica, che si presenta già nella scuola primaria e media. Rimane esclusa dal computo complessivo l’area del ritiro sociale riguardante le fasce d’età più mature, che in Italia, e in generale in Occidente, tende oggi a raggiungere i 30 anni e oltre
Come affrontare il fenomeno degli Hikikomori
E’ indubbio che anche rispetto a questo fenomeno c’è una lettura superficiale, diagnostica, sicuramente necessaria ma che necessiterebbe di un lavoro corale nella società per andare più in profondità. Non possono essere lasciati soli i genitori ma non si può nemmeno scaricare tutto sulla scuola è, invece, urgente che in ogni realtà territoriale nascano tavoli ove si siedano le diverse agenzie educative capaci di interrogarsi sul fenomeno. Così anche serve formazione. Lo dico da insegnante. I corsi sulla privacy, sulla sicurezza abbondano insieme ora a quelli sul digitale ma nessuno si occupa di formare i docenti sul tema delle emozioni, delle relazioni. Ciò che serve a un docente per mettere in atto degli strumenti che possano aiutare un ragazzo “ritirato sociale” non ci sono se non sulla carta, se non nei tanto amati protocolli.
Testo tratto dall’articolo “Hikikomori o ritirati sociali Un’indagine esplora la vastità del tema” di Alex Corlazzoli pubblicato sulla rivista Conflitti.