Che cosa succede all’attenzione e alla capacità di concentrazione dei bambini quando il tempo su uno schermo, come su uno smartphone, aumenta? Nonostante i bambini sembrino molto attenti davanti agli schermi, appena questi vengono spenti mostrino una scarsa capacità di attenzione e una maggiore irascibilità e irrequietudine. Gli studi scientifici dell’ultimo secolo approfondiscono il funzionamento dei processi attenzionali, e gli studi sugli schermi degli ultimi vent’anni spiegano perché questi non solo non sviluppino attenzione, ma la depotenzino totalmente fin dai primi giorni di vita e nei primi dieci anni in particolare.
Le prove scientifiche sulla relazione tra smartphone e attenzione
Anderson e Pempek, prendendo in considerazione gli schermi in generale, ne hanno per primi misurato l’impatto nella diminuzione delle interazioni verbali, non verbali e di gioco all’età di 12, 24 e 36 mesi, con tre studi sperimentali su coppie adulto-bambino lasciate 15 minuti con lo schermo spento e 15 minuti con lo schermo acceso. Lo schermo diminuiva le interazioni verbali e non verbali e l’attenzione focalizzata, aumentando invece le interruzioni di gioco (Anderson e Pempek, 2005). Più recenti esperimenti hanno osservato che i genitori che usano lo smartphone in presenza dei figli hanno una minor interazione non verbale (disattivazione del canale attenzionale) di chi non lo usa (Radesky et al., 2014).
Schermi e Smartphone, Attenzione e Apprendimento
Sebbene tramite gli schermi la comprensione di alcuni contenuti adeguati all’età è possibile, la questione cambia per l’apprendimento. Gli schermi non solo non facilitano, ma ostacolano l’apprendimento di qualcosa di nuovo rispetto a medesime consegne sperimentate dal vivo perché l’attenzione è profondamente diversa di fronte a un altro essere umano.
In presenza si attiva l’attenzione emotiva, multisensoriale e persino i neuroni specchio vengono stimolati maggiormente. L’attenzione attivata dagli schermi è molto spesso di tipo botton-up, la medesima mobilitata in tutti gli animali di fronte a forti luci e suoni o pericoli.
Lachaux distingue un’attenzione top-down, dal lobo alla corteccia, e una bottonup, dalla corteccia visuale fino al lobo frontale e viceversa. L’individuo è attraversato continuamente da stimoli esterni e interni difficili da distinguere all’interno dell’individuo stesso: «L’attenzione si orienta spontaneamente verso elementi naturali esterni più attraenti come le pubblicità o i videoschermi» (Lachaux, 2012, p. 249) anche se può esserci un «controllo volontario dell’attenzione». Questa viene contesa da diverse forze, da diversi oggetti, ma è lecito parlare di attenzione endogena, quando prevale lo stimolo interno di tipo top-down, e attenzione esogena, quando prevale lo stimolo esterno.

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Smartphone e deficit dell’attenzione
Oggi disponiamo di numerosi studi che indicano una correlazione tra l’uso precoce e prolungato degli smartphone e degli schermi e problemi di attenzione successivi. Uno dei più celebri è quello di Tamana del 2019 che ha esaminato 2400 bambini canadesi dai 3 ai 5 anni, rilevando che il superamento di due ore al giorno di schermo aumenta il rischio di problemi di attenzione negli anni successivi
La relazione tra l’uso degli schermi e il disturbo da deficit di attenzione (ADHD) è stata a lungo contestata. La maggior parte degli studi di neuropsicologia si concentra oggi su cause genetiche o epigenetiche nonostante l’aumento globale delle diagnosi negli ultimi vent’anni e non vuole sentire parlare di cause ambientali, tanto meno di tempo schermo come causa di ADHD. Anzi gli schermi sono prescritti nelle terapie.
Tuttavia, oggi disponiamo di tanti studi compendiati in un metastudio che segnala la correlazione tra un uso precoce e prolungato degli schermi e i successivi problemi di attenzione in bambini/e di età pari e inferiore ai 12 anni (Eirich et al., 2022). Uno studio longitudinale di Madigan ha concluso che sono gli schermi a causare i problemi di attenzione e non viceversa. Una maggiore quantità di tempo schermo a 24 mesi d’età è associata a prestazioni più scarse nei test di valutazione successivi. Analogamente, un maggior tempo trascorso davanti allo schermo a 36 mesi è correlato a punteggi più bassi nei test dello sviluppo cognitivo a 60 mesi. L’associazione inversa, invece, non è stata osservata (Madigan et al., 2019).
Ma quindi, smartphone e attenzione sono collegati?
Le app e gli algoritmi che alimentano la fruizione degli schermi sono progettati deliberatamente per mantenere i bambini attaccati agli schermi il più a lungo possibile, non per fornire programmi educativi, portando a un aumento dell’impulsività e della disattenzione e rendendoli incapaci di mantenere la concentrazione su attività prolungate.
Sempre più voci si chiedono se non siamo di fronte a un problema nuovo e specifico della generazione digitale. Le prove si moltiplicano e ignorare la questione non aiuta a risolverla. Si stanno usando termini diversi per il medesimo fenomeno: «attenzione scarsa», «attenzione frammentaria», «attenzione parziale continua», «attenzione spezzettata», «attenzione disrupted (interrotta e distratta)».
Dobbiamo prendere atto che l’uso gli schermi e smartphone precoci e prolungati stanno opprimendo le nuove generazioni. Le stanno privando della possibilità di sviluppare un’attenzione umana cooperativa e congiunta. L’isolamento e la disgiunzione dell’attenzione non ha un impatto solo cognitivo, ma anche emotivo e relazionale. Non siamo di fronte a una generazione ansiosa, ma a una generazione oppressa. La cura non è l’antidepressivo ma il cambiamento delle relazioni sociali. Occorre meno isolamento.
Gli schermi amplificano in negativo tutte le dimensioni dell’attenzione. La riduzione del tempo schermo aumenta al contrario l’attenzione e i buoni risultati scolastici (Pagani et al., 2010). È difficile trovare insegnanti con almeno quindici anni di esperienza che non abbiamo notato la caduta verticale delle capacità attentive degli studenti negli ultimi anni, dal nido all’università.
É giunto il momento di porre davvero attenzione mettendo mano al tasto off.
Testo tratto dall’articolo “Tempo schermo e riduzione dell’attenzione” a firma Simone Lanza e pubblicato sulla rivista Conflitti.