Il pranzo di Natale in cui tutti una volta all’anno, inevitabilmente, incappiamo costituisce un detonatore perfetto dei nostri tasti dolenti. Specialmente quelli più nascosti e trascurati.
Anzitutto, questo momento ci riporta dritti dritti all’infanzia e all’essere bambini. Si ripropone l’intimità tipica di quando, da piccoli, ci ritrovavamo nel nostro nido famigliare e materno con le persone a noi più care, quelle che custodivano la nostra educazione e la nostra crescita.
Le stesse ricompaiono durante il pranzo di Natale, occasione apparentemente carica di affettività, sentimenti e palpitazione emotiva, ma che in realtà è anche densa di incognite che si presentano sotto forma di rimasugli dolenti di ciò che l’infanzia ci lascia come deposito doloroso nella vita adulta.
Il pranzo di Natale e i tasti dolenti
Alcune esternazioni possono addirittura richiamare frasi che a loro tempo ci disturbarono, anzi ci ferirono:
- Hai finalmente trovato un lavoro decente?
- Avete deciso di sposarvi o ci vuole ancora del tempo?
- Sembra proprio che finalmente hai imparato a cucinare, complimenti!
- Si vede che non andate più in chiesa!
- Ma quand’è l’ultima volta che hai letto un libro?
Ricompaiono fra le righe, nel pranzo di Natale tra un bicchiere di vino e l’altro, in un lasciarsi andare abbastanza incontrollato, quei toni di rimprovero che hanno più o meno imperversato nell’infanzia di ciascuno di noi.
Si vede solo la punta dell’icerberg perché, nascosto sotto a ogni frase, ci sta dell’altro, spesso davvero tanto doloroso. La competizione tra fratelli e sorelle, incentivata e aizzata dai genitori stessi, il sentirsi poco considerati, la sensazione di non essere mai abbastanza, la paura di non riuscire ad affrontare tutte le sfide della vita.

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I fantasmi del passato e l’incontro tra generazioni
È bello stare assieme per un pranzo, ma improvvisamente i fantasmi del passato possono riproporsi e spalancare varchi profondissimi dentro ciascuno.
Il secondo motivo che può aprire il vaso di Pandora sta nella natura stessa del pranzo di Natale: un incontro in un contesto strettamente genealogico. Spesso le generazioni sono tre, a volte addirittura quattro. Vere e proprie piramidi genealogiche con varie diramazioni.
Ritorna, ad esempio, la sorella che nella vita non ha avuto la stessa fortuna dei fratelli, che magari non ha avuto figli ma si è ritrovata con tanti nipoti. Oppure il fratello che da sempre si sente poco considerato dai genitori. O la nipote adolescente che nel giorno di Natale vuole riscattarsi agli occhi dei parenti.
Il cugino imprenditore che senza farsi tanti scrupoli esalta i propri successi economici che a te, comune maestro elementare che hai scelto di fare una professione a stipendio davvero molto limitato, sono stati preclusi. Quel cugino con la sua macchina grande quasi come un tir che porta al pranzo liquori a te sconosciuti o champagne di primissima qualità.
Oppure lo zio che ha fatto sgarbi su sgarbi a tuo padre e che ha manipolato il testamento del nonno senza badare all’amarezza che lasciava negli altri eredi.
Insomma, è un ritrovarsi genealogico che ripropone ferite difficili da sanare mettendosi semplicemente attorno a un tavolo. Si attivano tasti dolenti che a volte, durante il pranzo di Natale, fanno esplodere conflitti davvero imbarazzanti.
Esiste un antidoto?
Penso di sì: affrontare questa esperienza come un momento di autoconoscenza, di riconoscimento dei punti sensibili che ci fanno stare male. Perché conoscersi, comprendere e accettare il nostro passato ci permette ancora una volta di compiere l’operazione che si fa in auto con lo specchietto retrovisore: utilizzarlo per fare il sorpasso e staccarsi dai retaggi del passato per vivere al meglio la propria vita. Unicamente la propria vita.
Articolo di Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP